BCC

futuro e memoria

L’individuazione di una forma architettonica in grado di sintetizzare le complesse stratificazioni storiche, sociali e culturali avvenute in Afghanistan e, in particolare, nella valle dei Buddha, nel corso dei secoli, rappresenta una difficile sfida. La cultura ricca e articolata che caratterizza da millenni il luogo in cui sorge l’intervento, è stata spesso ignorata dalla rappresentazione che i media ne hanno proposto negli ultimi decenni. Gli spazi per la cultura, sin dal XIX secolo, hanno sempre rispecchiato ed esemplificato l’intero spaccato dei rapporti sociali che avvengono all’interno della comunità urbana, fino a rappresentare il più evoluto esempio di “architettura collettiva”. In quest’ottica, il Bamiyan Cultural Center, così come è stato qui concepito, deve essere in grado di sostenere e condizionare i rapporti con le comunità urbane ad esso prossime, e di definire una relazione chiara e serena con il contesto paesaggistico in cui sorge. La scogliera dei Buddha rappresenta per il nuovo edificio un’aspirazione, alimentando una tensione positiva verso la storia e l’archeologia. Il centro culturale deve quindi aprirsi alla valle, in un costante rapporto dialettico di cui l’organismo architettonico rappresenta la sintesi. La forma urbana, che nella valle assume un significato profondo, con le antiche grotte scavate nella roccia e i fitti aggregati urbani, emblematici del concetto di “tessuto”, per riflesso, condiziona le caratteristiche morfologiche e tipologiche dell’intervento. L’elemento generatore del progetto è la copertura piana rettangolare, intagliata dalla luce nelle direzioni degli assi cartesiani, sotto la quale si articolano tutti gli ambienti, in una sequenza organica di spazi chiusi e spazi aperti, collocati su un unico livello. I volumi che compongono l’edificio sono “scatole” funzionali autonome, dalle geometrie regolari, e sono connessi da un unico percorso interno. Il complesso è fortemente connotato dall’adesione ai linguaggi architettonici più recenti, coerentemente con l’idea che un tale “collettore di cultura”, oltre ai rapporti con il contesto locale, debba costruire un dialogo, basato sulle medesime regole semantiche, con i più importanti centri di riferimento internazionali. L’influenza regionale è presente nella scelta dei materiali, in larga parte reperibili a km-0, e nelle unità ambientali e funzionali caratterizzanti l’intero edificio, figlie di usi e tradizioni ormai consolidati, come i cortili, significative ibridazioni di spazio aperto e chiuso, e la scuola di artigianato proposta, comprendente classi di ceramica, intaglio in legno, miniatura e calligrafia. La percezione spaziale rappresenta un momento di distensione e di condizionamento reciproco tra modernità e tradizione, e tutti gli ambienti sono caratterizzati da elevati livelli di flessibilità ed adattabilità, per rispondere alla variabilità delle funzioni e degli eventi che il complesso dovrà ospitare, e per facilitare futuri interventi di trasformazione. L’involucro esterno è interamente racchiuso in una matrice di assi e canne in legno, dietro cui si trovano chiusure opache e trasparenti. Negli ambienti di dimensioni più generose (come la performance-hall e l’exhibition space) è prevista la possibilità di aprire per intero le pareti vetrate, per generare una relazione più diretta con lo spazio esterno. La progettazione del Bamiyan Cultural Center è stata improntata alla ricerca del massimo confort ambientale con un consumo di energia molto ridotto. Uno dei migliori modi per raggiungere questo scopo è progettare secondo lo standard Passivhaus, nato in Germania (1988 Feist – Adamson), ma applicabile in ogni parte del mondo, variando i requisiti di qualità di ogni componente in base alle condizioni climatiche locali.
Mantenendo particolarmente elevata la coibentazione termica degli edifici, utilizzando finestre con triplo vetro basso emissivo, riducendo al massimo i ponti termici, realizzando un’elevata tenuta all’aria degli involucri riscaldati ed inserendo la ventilazione meccanica, con recupero di calore ad alta efficienza dagli ambienti interni, si raggiunge un risparmio superiore al 90% rispetto al consumo medio di un edificio progettato secondo i parametri minimi, prescritti dalla normativa attualmente vigente in Italia.
Va inoltre considerato che i serramenti, esposti verso sud, funzionano come sistemi solari “passivi”; l’ottima coibentazione dei telai che sorreggono vetri a bassissima dispersione termica, permette, in regime invernale, di massimizzare l’apporto termico derivante dall’irraggiamento solare, grazie all’elevato valore del fattore solare “g” che caratterizza questi infissi. In regime estivo, invece, si provvede alla riduzione di tale apporto, ombreggiando opportunamente dall’esterno queste superfici, in funzione delle condizioni climatiche locali e della morfologia del sito, nonché grazie alla presenza degli aggetti della soletta di copertura gli immobili.
Realizzando edilizia secondo lo standard Passivhaus (P.H.) si ottiene un elevato confort abitativo, aria salubre in tutte le aree abitate per tutto l’anno, assenza di muffe, costi di riscaldamento molto ridotti e conseguente radicale riduzione dell’impatto ambientale.
Le superfici interne di un edificio P.H. sono infatti calde in maniera uniforme e la differenza di temperatura fra loro e l’ambiente interno è molto ridotta: il clima interno si mantiene infatti costantemente omogeneo, avendo ridotto al massimo le perdite termiche per filatura d’aria, inutili per ottenere una salubrità dell’aria interna, ottenuta invece grazie al suo ricambio e riscaldamento passivo costante, nonché al filtraggio della stessa, con eliminazione per filtraggio di polveri, pollini ed altro materiale particolato.
La CO2 prodotta per il mantenimento dei parametri termo-igrometrici di una P.H. è molto contenuta ed il loro fabbisogno energetico può essere anche interamente fornito da fonti rinnovabili, integrate all’interno dell’edificio stesso (fotovoltaico) o nel suo sedime di fondazione (geotermia). Appropriati sistemi di riscaldamento e raffrescamento, certificati P.H. ed integrati al sistema di ventilazione meccanica controllata, ottengono questo risultato senza incidere significativamente sui consumi: il fabbisogno termico stagionale per riscaldamento rimane minore del fabbisogno termico annuo per l’approntamento dell’acqua calda sanitaria che, di contro, durante il suo uso, fornisce un gradito contributo al riscaldamento passivo degli ambienti.
Ecco alcuni numeri, propri della performance energetica di un edificio certificato P.H.:
a) Fabbisogno energetico annuo per riscaldamento e raffrescamento non superiore a 15 kWh per metro quadro di superficie utile all’anno, ovvero un consumo al massimo uguale a 10 W per metro quadro di superficie utile;
b) Fabbisogno di energia primaria totale per acqua calda sanitaria, riscaldamento, raffrescamento, corrente elettrica per apparecchiature varie (elettrodomestici, computer, ecc.) inferiore a 120 kWh per metro quadro di superficie all’anno.
c) Elevato livello di tenuta all’aria: 0.6 ricambi/ora, certificata da “blower door-test”. Anche dal punto di vista sismico quanto realizzato risponderà ai requisiti prestazionali ispirati agli Eurocodici ed alla Normativa italiana sulle Costruzioni, utilizzando i valori massimi dei parametri di accelerazione al suolo utilizzati in Italia, paragonabili, a meno di effetti locali non calcolabili ancora in questa fase del progetto, alle condizioni del sedime del Baymian.
Quanto appena affermato è perseguito scegliendo una forma di ridotto sviluppo in altezza, al fine di ridurre le forze orizzontali presenti durante un possibile evento sismico, appoggiata su una platea a quota costante per tutti i corpi di fabbrica considerati, realizzata in “cross-lam” nelle sue strutture d’elevazione, materiale particolarmente efficiente sotto azione sismica e coperta da solette in calcestruzzo armato alleggerito, opportunamente raccordate alle parti verticali sottostanti.


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